TUVIXEDDU E LE ALTRE AREE DI TUTELA
Il Castello di Sassari e Tuvixeddu Due esempi per ripensare le nostre città
di Marcello Madau
Pochi giorni fa alcune decine di studenti dell’Onda cagliaritana hanno fatto un sit-in di protesta all’ingresso della necropoli di Tuvixeddu. Un segno nuovo, di apertura al territorio da parte di un movimento attento ad orizzonti più vasti, e non solo lavorativi, rispetto a quelli tradizionalmente scolastici.
Il valore della necropoli punico-romana di Cagliari è straordinario. Essa rappresenta una realtà molto speciale per la quale chiedere la tutela. Sappiamo anche che la tutela non basta, che un vincolo è la classica condizione necessaria ma non sufficiente per salvaguardare un bene culturale, perché la vera salvaguardia sta nella comune disponibilità e cognizione.
Ed il segnale che, pur timidamente si è affacciato con qualche flutto vivace a lambire la necropoli minacciata va probabilmente oltre Tuvixeddu, verso il desiderio di una città migliore. Potrebbe presupporre un nuovo punto di partenza sulla maniera di intendere, vivere e progettare la città nelle proprie relazioni con il passato.
A Cagliari si attende la sentenza del TAR il prossimo 17 dicembre, mentre a Sassari il Natale si avvicina, e con esso le promesse di restituire piazze e parcheggi sotterranei ai cittadini. Del progetto per il recupero dell’antica area del Pozzo di Rena, all’emiciclo Garibaldi, non si sa nulla, mentre le centinaia di sms della Nuova Sardegna sul Castello ritrovato sono fuggevoli ostraka telematici. I soldi sono esauriti, come pure le idee e le promesse di un lancio strategico della risorsa dissepolta. Eppure l’Amministrazione sassarese, con il sindaco Ganau, promise il massimo impegno per il pieno recupero e valorizzazione del monumento: fatto positivo del quale attendiamo riscontro. E nelle recenti manifestazioni di protesta contro la riforma della scuola scritta da Giulio Tremonti per il giovane avvocato Gelmini, tra le lezioni aperte annidate talora nei portici Crispo ce ne fu una assai partecipata dell’archeologo Marco Milanese, che, ricordando la proposta del concorso d’idee per il Castello, denunciava l’abbandono sia dell’idea che delle rovine vicine al luogo delle sue magistrali parole.
La presenza del passato nei contesti abitativi della contemporaneità è fatto assai rilevante, declinato con diversa e crescente intensità da millenni, ma solo nell’età moderna, con la crescita dell’uso del territorio urbano appare nella forza complessa che continuamente vediamo. Penso ad esempio alle case costruite sopra le strutture avvolgenti del Teatro di Marcello, a Roma, e a quelle non costruite sopra o a fianco delle rovine in pregevoli aree archeologiche; alle ben più numerose distruzioni e infine ai numerosissimi pasticci, come è indubbiamente, dal punto di vista urbanistico, quello presupposto dal noto ‘accordo di programma’ su Tuvixeddu.
La questione si dovrebbe porre non come un ‘semplice’ problema di tutela, salvaguardia e assai spesso raccolta documentale prima dell’occlusione/eliminazione dei fastidiosi ruderi, ma come un cambiamento concettuale e pratico, perciò davvero progettuale, nel costruire città. Se in età moderna si giunge, dalle rovine romane del Piranesi, alla conservazione di singole unità come fuochi prospettici di pregio (a Parigi come a Roma e ad Arles), assieme ad una concezione museale ad essi relativa, oggi si può auspicare l’evoluzione verso un’altra idea di città con il superamento dell’attenzione alla singola (soprattutto se ‘di pregio’) unità monumentale a favore del contesto, coerente o pluristratificato. Serve una pianificazione urbana non solo vincolistica. Talvolta affermata ma assai poco praticata se non in qualche importante, e non prevalente, episodio.
Anche le città sarde si prestano a questo ragionamento: si pensi, per fare qualche esempio, ad Alghero, Oristano, Olbia, Posada, Porto Torres, Nuoro, Sassari e Cagliari. E, per estensione, gli spazi abitati, di fatto urbani, dei paesi, spesso a contatto - non sempre felice - con le testimonianze del passato. L’idea del “paesaggio identitario”, per non essere ideologica o antiquaria, riguarda ogni luogo.
Bisognerebbe riprendere a discutere - a partire dai luoghi di formazione dei saperi, gli spazi dove si formano i cittadini - del fatto che abitiamo palinsesti della memoria, che essi vanno organizzati dove realmente viviamo e non (solo) in teche separate. Organizzare un’identità urbana significa ri-abitare il passato ri-conoscendo collocazioni reali e precise, sia a vista che sotterranee, su piani ed orizzontamenti necessariamente diversificati. Per vivere meglio le nostre città penso sia utile camminare anche con uno sguardo più in basso dei nostri piedi, e più alto della nostra fronte. Investendo la nostra lineare quotidianità della corrente elettrica creata unendo, da sopra la nostra testa, le poetiche degli artisti alle tracce, sotto i nostri passi, delle identità sepolte.
Ne consegue che il ruolo dell’archeologia e dell’arte deve essere posto al centro delle decisioni progettuali della pianificazione urbanistica, ben oltre la doverosa tutela nota nelle classiche ‘commissioni’.
Proprio lo scontro su Tuvixeddu ha fatto emergere, tra gli ‘alleati’ dei beni culturali, due posizioni: una strettamente (e sarebbe da vedere quanto strettamente) archeologica, non responsabile delle altrui fioriere e chiusa, con le tombe (non tutte) in una sorta di ‘Riserva Indiana’, l’altra attenta alle stratificazioni dei luoghi e ad una visione più ampia di quella di ogni singola competenza, che potremmo definire paesaggistica. In altra sede ho scritto che serve una città costruita e pensata a più mani, dove si affianchi agli architetti urbanisti l’unione sovversiva di archeologi, storici dell’arte e artisti, per trasformare in bene comune la serie superficiale, mediocre e speculativa degli spazi urbani odierni.
Su Tuvixeddu, sul Castello sassarese, sui luoghi meticci della nostra storia insediativa è bene quindi riaprire il dibattito, spostarsi dalle secche dell’opera pubblica garantita dalla tutela verso progettazioni e laboratori permanente. Lanciare veri dibattiti urbani e concorsi di idee, coinvolgere la città e le sue categorie, capendo che è proprio l’indecisione e il basso profilo a renderle potenzialmente ostili agli amministratori, da quelle cognitive a quelle residenti a quelle commerciali, che hanno diritto a riavere i luoghi e non chiacchiere, e sarebbero credo interessate a un forte miglioramento qualitativo degli stessi.
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