TUVIXEDDU E LE ALTRE AREE DI TUTELA
Tuvixeddu tra storia e leggenda
 
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Tuvixeddu, grotta della Vipera
Tuvixeddu, grotta della Vipera
Nonostante i pesanti lavori di edilizia e l'avanzare della città moderna, che hanno causato la distruzione di numerosi monumenti punici, romani e medievali, la zona di Tuvixeddu e Santa Gilla conserva ancora tracce del passato che la tradizione popolare ha intriso di storie e leggende.

Qui dove i segni della dea lunare
vegliano i morti e parlano d'amore,
Qui dove i fiori esangui e senza odore
Vestono l'aspra roccia di calcare,
Qui nel cospetto dell'azzurro mare
Sotto il raggi del dio divoratore,
Piccola sfinge, esotico mio fiore,
Sopra la bocca ti vorrei baciare.
Mentre punica, immobile, infinita
Del meriggio l'arsura in alto tace,
La necropoli invita ai suoi recessi.
Stretta al mio cuore io vorrei trarti in essi:
Io vorrei trarti dove è fresco e pace
Soli tra i morti ad eternar la vita

Francesco Tauro, "Tuvixeddu", Cagliari, 1 maggio inizio sec. XX

La grotta della Vipera
Partendo dal viale di Sant'Avendrace, che in passato collegava la città di Karales con Turris Libisonis (l'odierna Porto Torres) incontriamo uno dei luoghi più affascinanti e meglio conservati della zona: la Grotta della Vipera.
Il monumento funerario, risalente a età romana (tra I e II sec. d.C.) è un sepolcro scavato nella roccia per Atilia Pomptilla, moglie di Cassio Filippo. La famiglia si trasferì da Roma nell'isola al seguito di Cassio Longino, padre di Filippo e celebre giureconsulto, costretto all'esilio dall'imperatore Nerone, che negli ultimi anni del suo impero era convinto di esser vittima di congiure e persecuzioni.

Il nome deriva dalla presenza di due serpenti scolpiti sul frontone. Nelle pareti interne del sepolcro compaiono versi in latino e greco, che la tradizione attribuisce ai migliori poeti presenti nell'isola: questi sarebbero stati invitati dal facoltoso committente Cassio a fissare sulle roccia, per la memoria dei posteri, la profonda devozione e il dolore struggente dell'uomo per la perdita dell'amata Atilia. Come ricordano i versi, la moglie donò la propria vita in cambio della salvezza di Cassio, gravemente ammalato:
Che le tue ceneri, o Pomptilla, fecondate dalla rugiada si trasformino in gigli ed in un verde fogliame dove brilleranno la rosa, il profumato zafferano ed il semprevivo amaranto. Possa tu ai nostri occhi divenire il fiore della bianca primavera, affinchè come Narciso e Giacinto, questo motivo di lacrime eterne, un fiore trasmetta il tuo nome alle antiche generazioni. Allorchè Filippo già sentiva la sua anima abbandonare le sue spoglie mortali, e che già le sue labbra si avvicinavano alle acque del Lete, tu, o Pomptilla, ti sacrificavi per uno sposo spirante, e riscattasti la sua anima col prezzo della tua morte. Così gli Dei hanno spezzato questo dolce legame”.

Alberto Della Marmora, uno dei primi che documentano in letteratura la Grotta della Vipera, ricorda di essere intervenuto appena in tempo, nel 1822, per evitare la distruzione della tomba, che stava per essere fatta saltare in aria dagli impresari della Strada Reale; compresa l'importanza del monumento trascrisse e studiò le iscrizioni che vi erano incise all'interno.
Secondo una leggenda popolare che si raccontava nella zona, il sepolcro avrebbe custodito due enormi giare in ceramica. Una delle due custodiva un immenso tesoro di gioielli e monete preziose; mentre l'altra conteneva la pericolosissima musca macedda, insetto mostruoso che provocava la morte con la sua puntura, causa di immensi flagelli in tutta l'isola.

La tomba di Rubellio
Questo sepolcro, un colombario di pianta quadrata con le nicchie scavate nelle pareti, conteneva le ceneri di Gaio Rubello e dei suoi familiari. Colpisce il monito scoplito nelle pareti, che il Della Marmora cita perchè “termina con un pensiero da maravigliare di trovarsi in una tomba di un pagano: "[...] QUI LEGIS HUNC TITULUM MORTALEM TE ESSE MEMENTO” (traduzione: “tu che leggi queste parole, ricorda che sei mortale”).

Il borgo di Sant'Avendrace
Il viale Sant'Avendrace e le zone vicine erano in tempi antichi la parte più nobile della città, come ricorda il generale Alberto Della Marmora. Qui vi sono “residui di edifizi antichi, e la strada è tutta piena di frammenti di finissime stoviglie, di vetri, e di pezzi di bronzo, e specialmente di tassellini di marmo di ogni genere di cui erano formati i musaici dei pubblici stabilimenti, e delle case agiate. Due grandi musaici figurati furono scoperti in questo quartiere, uno al tempo degli Spagnuoli che fu trasportato in Barcellona, [...], l'altro fu scoperto nel 1762, e venne trasportato in Torino. Rappresenta Orfeo suonando la lira in mezzo a tanti animali, tra i quali è da riconoscersi il muflone sardo”. Secondo Vittorio Angius il mosaico diretto a Barcellona ritraeva Eracle tra le belve.
Il viale Sant'Avendrace era, ai tempi del resoconto di Alberto Della Marmora, un sobborgo composto di piccole case a un piano, “abitate da famiglie di pescatori, e da panattare. In queste case le porte fanno l'uffizio di finestre, di modo che uno di fuori vede le occupazioni delle donne, cantando e movendo gli strumenti della loro professione. Da una parte si trova sempre l'asinello per macinare il grano”. Ricorda inoltre il numero delle tombe cartaginesi e romane scavate nella roccia, di cui qualcuna è abitata da povera gente, mentre le altre sono ricoperte di terra o cactus.

La chiesa di Sant'Avendrace
Sulla stessa strada si trova la piccola chiesa di Sant'Avendrace, costruita sopra la cripta dove si dice che morì il santo, il 14 marzo dell'85 d.C. Al di sotto della cripta, raggiungibile tramite una scala scavata nella roccia, vi è una falda di acqua salmastra a cui la tradizione attribuisce proprietà miracolose perchè il santo, poco prima di morire, si dissetava da questa. Avendrace trascorse nella cavità gli ultimi anni della sua vita, in preda a una terribile malattia, e si dice che si prendesse cura di lui un corvo che ogni giorno lo sfamava portandogli piccoli pezzi di pane. Ancora oggi si vede il foro tondeggiante, in una delle pareti, dove il corvo di Sant'Avendrace aveva costruito il suo nido.

La colonna aragonese
Interessante è lo stemma aragonese, alla base della colonna che segna l'inizio del viale. Secondo la tradizione ricorda il momento in cui Martino il Giovane, principe d'Aragona, fu catturato come priogioniero da pirati barbareschi, e liberato dai cagliaritani corsi in suo aiuto. In ricordo di questa coraggiosa liberazione pose la colonna con il suo stemma.

Tesori nascosti
Un alone di mistero e fascino ha sempre avvolto le sepolture antiche nell'isola. Per evitare che i cercatori di tesori dissacrassero le tombe nacquero col tempo una serie di leggende che parlavano di malvagi esseri custodi delle sepolture e di tremende disgrazie che avrebbero colpito i violatori. Una di queste è la musca maccedda, insetto dalla puntura mortale che puniva chiunque si avventurasse alla ricerca dei preziosi nella grotta della Vipera.
La leggenda parla di un altro tesoro custodito tra le tombe puniche del colle di Tuvixeddu. Un'altro sepolcro scavato nella roccia conserverebbe il simulacro di un vitello, completamente realizzato in oro zecchino.

Notizie tratte da:
Della Marmora Alberto, Itinerario dell'isola di Sardegna : 1. Nuoro, 1997
Olla Marinella, Pili Angelo, Sant'Avendrace: Karalis tra Tuvixeddu e Santa Gilla. Cagliari, 1996
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