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Morto Corona, grande maestro della politica
Massone, se n’è andato all’88º compleanno: dominò alla Regione e sulla sanità
Vicepresidente nella giunta Soddu, assessore e presidente del Consiglio a cavallo tra gli Anni Settanta e Ottanta Nel suo studio è passato chi voleva fare affari e carriera -
di Filippo Peretti -
CAGLIARI. Il suo studio è stato per anni il più frequentato della Sardegna: ci andavano politici di tutti i colori e uomini d’affari di ogni settore, ma anche giornalisti e medici e funzionari smaniosi di fare carriera. Armandino Corona, morto ieri nel giorno dell’ottantottesimo compleanno, è stato un uomo potente. Mediatore senza eguali, alla Regione ha esercitato un peso certamente superiore ai tre anni di presidenza del Consiglio. Nella sanità un dominatore incontrastato, tanto che molti suoi giovani amici sono ancora oggi in sella. Nella massoneria ha raggiunto il vertice.
A Corona piacevano il potere e i soldi. Ha avuto in abbondanza l’uno e gli altri dopo aver lasciato la sua Villaputzu per laurearsi a pieni voti in medicina. Ma non era un uomo arido. Abilissimo nei rapporti umani, si era fatto da sé e aveva il gusto e la vocazione per la politica.
Il Corona pubblico nasce sardista nell’immediato secondo dopoguerra. Nel Psd’Az milita per vent’anni, ricoprendo incarichi a livello provinciale a Cagliari: assessore per più di un mandato e segretario del partito. Nel 1965 vede sfumare per 88 voti l’elezione in Consiglio regionale.
Capisce che quella non è la sigla giusta per sfondare e punta sull’alleato dei 4 Mori, il Partito repubblicano, che nel 1963 aveva portato alla Camera il sardista Titino Melis. Grande persuasore, Corona prima sfrutta il prevalere della linea indipendentista di Simon Mossa per abbandonare il Psd’Az portando via con sé due consiglieri regionali, Peppino Puligheddu e Nino Ruiu, e per fondare con loro e con l’ex pci Salvatore Ghirra il Movimento sardo autonomista. Poi convince Ugo La Malfa a mollare il Psd’Az e ad allearsi con l’Msa.
In un Pri che ha meno voti delle preferenze personali di cui lui dispone, Corona, unico del partito, centra l’elezione nel 1969 e anche nel 1974, quando ormai è già potente: in politica diventa la cerniera tra Dc e Pci (a Roma sono gli anni dell’unità nazionale, a Cagliari dell’unità autonomistica) e benché espressione di un partito di cui è l’unico consigliere diventa vice presidente della giunta di Pietro Soddu di cui fa parte gente del calibro di Nino Giagu, Angelo Rojch, Nino Carrus, Franco Rais, Giovanni Nonne, Alessandro Ghinami.
Sono gli anni della sua ascesa: negli affari, diventa proprietario di una clinica, investe nel settore immobiliare, ha grande influenza sui media rovelliani; nella massoneria, ormai padre-padrone nell’isola, ottiene i primi incarichi a Roma; nella politica nazionale, grazie al consolidato rapporto personale con Ugo La Malfa, diventa presidente dei probiviri per arrivare alla vice segreteria all’inizio degli Anni 80 quando il leader sarà un altro suo amico, Giovanni Spadolini, primo inquilino laico di Palazzo Chigi.
La consacrazione del potere politico di Corona avviene nel 1979: ha ormai grande influenza su tutti i partiti e viene eletto presidente del Consiglio regionale. Ma non si accontenta. Cerca un ruolo anche nell’informazione: ha peso nella società che gestisce una tv privata e cerca di entrare nella trattativa per il passaggio (dopo la Sir) della Nuova Sardegna al Gruppo Caracciolo.
Quando il progetto dell’unità autonomistica crolla (fine 1980) Corona non si fa convincere dall’alleanza di sinistra e dopo l’iniziale appoggio esterno, fa di tutto per farla crollare: nel giorno della fiducia alla seconda giunta Rais (1982) Corona - da poco gran maestro - pur di votare «no» arriva precipitosamente da Londra. E’ il voto decisivo, ma è anche il suo ultimo atto politico.
Quasi sempre a Roma, Corona cerca comunque di controllare il partito in Sardegna, ma i suoi eredi politici, l’ala massonica del Pri, non sono all’altezza del compito: e così Ghirra - contrario alla prevalenza del Grande Oriente sulla politica - vince un’epica battaglia interna contro i poteri esterni.
Chiusa nel 1990 l’esperienza di gran maestro, due anni dopo tenta, per tornare in politica, di rifare l’alleanza Pri-Psd’Az che nel 1967 aveva fatto affossare: il segretario sardista è il fidatissimo Giorgio Ladu ma l’operazione sfuma e con essa la sua candidatura al Senato. Entrato nella storia della massoneria per aver espulso Licio Gelli, ma nel 1994 manifesta simpatia per il Silvio Berlusconi politico. E suo figlio Giorgio nel 1999 viene eletto con Forza Italia in Consiglio. Armandino Corona, forse non più in sintonia, riprova subito dopo con Giorgio La Malfa a risollevare le sorti del Pri nell’isola, ma l’età e i malanni glielo impediscono. E ora, nell’assessorato che fu suo dal 1977 al 1979 governa la figlia Ketty, che aveva preso il suo posto in molti affari di famiglia, come quello delle città mercato col costruttore, ora anche editore, Sergio Zuncheddu, che per certi versi è un po’ l’erede del suo ruolo e del suo potere.
Da tempo fuori dai giochi, Armandino Corona l’altra notte si è spento in un ospedale mezzora dopo aver compiuto 88 anni