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«L’identità sarda? Quasi un business»
L’antropologa Clara Gallini, a Cagliari per «Sardegna Digital library», parla di uno dei temi caldi del dibattito dell’isola
GIACOMO MAMELI
Clara Gallini è tornata dopo un quarto di secolo. «È stato un taglio forte, ma sto cercando di recuperarlo. Vado spesso a Nuoro», dice passeggiando nella sua Cagliari tra piazza Costituzione e piazza San Cosimo. Le fanno festa alcune alunne entusiaste di incontrare la loro insegnante-mito. Vede l’antica basilica romano-bizantina protetta da grandi vetrate, i palazzi retrostanti di via Logudoro quasi penetrano nel tempio: «No, non mi disturba, è una visione post-moderna, fa pensare a un’associazione tra lo schermo tv e la pietra, i palazzi restano comunque fuori dalla basilica. È un segno di come Cagliari si è rifatta il look, di quanto è cambiata». Vuol rivedere «il vecchio specchio Talmone del caffè Genovese, era il mio caffè preferito, ricco di suggestione».
Un ritorno importante, dovuto alla presentazione di Sardegna Digital Library nella biblioteca settecentesca di via Università. È colpita dal «linguaggio preciso, politico-telematico, del presidente della Regione Renato Soru».
La direttrice della biblioteca, Ester Gessa, non sta nella pelle. Gli altri l’accolgono con affetto. Perché è uno dei nomi sacri della cultura sarda, uno di docenti che dal dopoguerra - con Ludovico Geymonat, Gillo Dorfles, Paolo Spriano, Giuliano Procacci - hanno concorso a dar lustro al sapere scientifico del capoluogo sardo. Con Ernesto De Martino (suo maestro) e con Alberto Mario Cirese, Clara Gallini aveva contribuito a far salire l’università di Cagliari su uno degli olimpi dell’antropologia italiana. Pioniera della ricerca sul campo, ha dato dignità sociale alle «classi subalterne», ai senza voce, a una donna di nome Maria sentita davanti a un caminetto di Tonara, ad altre Maria ascoltate dai medaus del Sulcis agli stazzi della Gallura. Una delle sue opere principali («Il consumo del sacro, feste lunghe di Sardegna») è un testo-cult per chi vuol capire l’isola dei nuraghi e dei post-nuragici, fatta di mille sagre e di tanto folklore. Sacro e profano che esplodono soprattutto il primo maggio per la festa di Sant’Efisio dalla chiesetta di Stampace al litorale di Pula. «Ho voluto rivedere la sagra che negli anni settanta mi aveva tanto colpito».
- E’ la sagra del primo maggio 2008?
«Le emozioni sono rimaste certamente grandi. Questa volta non ho visto le traccas ma solo i costumi, i cavalieri, il cocchio del Santo. Mi ha colpito un aspetto per me insolito: le donne non hanno sfilato con quell’ austerità regale che le segnava nel passato. Insomma, mi è sembrato quasi facessero una passeggiata, non ho ritrovato quella solennità che avevo colto le prime volte. Mi ha colpito il gran numero di cavalli, decisamente superiore rispetto al passato».
- Sant’Efisio è sempre una potente calamita, Cagliari è stata presa d’assalto dai turisti.
«È vero. Ne ho notato tanti anch’io. E nel pubblico ho colto un’attenzione, una compostezza insolita in manifestazioni di questo genere. Ci si rivolgeva agli anziani per sapere com’era la sagra di tanti anni fa, che cosa è cambiato e come. Ho poi toccato con mano la voglia di avere testimonianze orali, il desiderio di ricevere quasi la trasmissione di una memoria, di frugare in un archivio per documentare con la parola una pagina di storia locale. E mi ha colpito la lunga teoria di applausi che davano il segno della partecipazione del pubblico, del feedback. E mi ha intrigato l’ironia dell’Alternos, mi è parso che ridesse e un poco dello stesso potere che rappresentava. Incrociandone lo sguardo rideva anche il pubblico. Comunque un grande momento popolare».
- Nel consumo contemporaneo del sacro e del profano.
«Non c’è dubbio. È lo stesso consumo che possiamo trovare anche ad Assisi e a Lourdes, ma che per Sant’Efisio si traduce in un grande momento di messa in mostra dei segni visibili della propria appartenenza».
- Come le appare la Sardegna?
«Manco da tanti anni, mi chiamano come pezzo storico che è stato inglobato nell’identità sarda».
- Com’è oggi questa identità sarda?
«È fatta di aperture. Ieri, se non eri sardo, non eri legittimato a parlare della Sardegna, il lavoro di assorbimento e legittimazione degli esterni è stato molto ampio e aperto. In ciò - in questa fine della chiusura verso lo straniero - vedo i tratti della crescita. Negli anni settanta l’identità era tema riservato a poche persone, oggi il dibattito è più esteso. Certo mi chiedo se tutti i sardi si pongano questo dell’identità come tema centrale. O se, invece, sia alimentato da un vasto gruppo di intellettuali che operano in questo campo che dà anche posti di lavoro. È un’operazione che in queste dimensioni vedo più in Sardegna, che in altre regioni. E la Sardegna ha una produzione, direi un consumo dell’identità che vede il convergere di diversi soggetti. Sono cattiva: mi chiedo se l’identità non possa, per alcuni, diventare un business, nel bene e nel male».
- È un business?
«Mi documenterò».
- Alcuni autori sardi sono sulla cresta dell’onda. I suoi preferiti?
«Resto fedele a Giulio Angioni, a “L’oro di Fraus”».
- I sardi che ricorda maggiormente.
«Sicuramente Umberto Cardia, personalità di grande finezza, Sebastiano Dessanay e la sua ironia. Un altro politico stimolante era Piero Soggiu, sardista, federalista autentico. Frequentavo Virgilio Lai, un grande fotografo documentarista nato a Ulassai, editore della Edes. E poi va citato il libro di Peppino Fiori, «Baroni in Laguna»: è stato il primo vero pamphlet perché emergeva chiara la ricerca di strade nuove per l’indagine giornalistica e l’analisi sociale in Sardegna. Si capiva che aveva letto e meditato sugli studi di Franco Cagnetta ed Ernesto De Martino».
- E nel mondo universitario?
«Senz’altro Giovanni Lilliu, il mio preside. È stato il primo - dopo l’analisi del Partito sardo d’Azione di Camillo Bellieni ed Emilio Lussu - a insistere sul concetto di Autonomia, sulla necessità di studiare in profondità la Storia sarda...».
- A proposito di Autonomia: nelle ultime elezioni politiche si è assistito al boom del fenomeno localistico Lega. In Sardegna - patria dell’autonomismo e, se vogliamo, del localismo - è quasi dissolto del tutto il Partito sardo d’azione, forza residuale nel dibattito politico. Perché?
«Ripeto di non conoscere bene la Sardegna di oggi, ne sono lontana da troppo tempo. Mi limito a considerazioni generali. Al Nord la sinistra non si è accorta che le fabbriche erano dominate da operai che si sentivano rappresentati dalla Lega, operai che non si sono riconosciuti nel sindacato come luogo di tutela del lavoro, ma alla Lega hanno affidato la tutela delle loro sicurezze esterne, nel sociale.
Colleghi lombardi mi hanno confermato che al Nord la Lega ha lavorato come il Pci del dopoguerra, col porta a porta. La forza della Lega è stata la forza della mobilitazione, non quella mediatica di cui si avvale Silvio Berlusconi. Eccolo il mutamento: ci accorgiamo che il localismo non è la voce del Sud, delle classi povere, oggi vediamo un localismo ricco che è la voce del Nord e del Nord Est».
- Dopo gli scrittori, i registi. Ha visto Sonetàula?
«Sì, a Roma.. Ho apprezzato i tempi, le pause, le lentezze, i silenzi. Ma qualche scena mi è sembrata greve».
- Un desiderio.
«Tornare a san Francesco di Lula, stare nelle cumbessias con le prioresse, capire che cos’è diventato oggi il consumo sardo del sacro».