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Il discorso del Presidente Francesco Pigliaru in occasione della seduta solenne del Consiglio regionale per i 70 anni dello Statuto, alla presenza del Presidente Sergio Mattarella

Di seguito il testo e il video integrale dell'intervento del Presidente Pigliaru in Consiglio regionale.
"Signor Presidente della Repubblica,
onorevoli consigliere e consiglieri, Presidente Ganau, Autorità ed ospiti tutti,
oggi per la Sardegna, per quest’Aula, per il nostro Governo regionale, è una giornata importante.
L’occasione, come sappiamo, è la celebrazione dei 70 anni del nostro Statuto speciale, che coincidono con i 70 anni della nostra Costituzione italiana.
La nostra Costituzione - Vorrei partire da qui, dalla Carta costituente della Repubblica, democratica, fondata sul lavoro, sul dovere di solidarietà, sul rifiuto della guerra, dell’odio razziale e religioso e sul valore fondante dell’antifascismo.
Principi universali, che costituiscono il patto che unisce i cittadini e lo Stato.
Un mese fa, nell’apprezzata iniziativa voluta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, la nostra città, la nostra regione, hanno accolto la Carta in una tappa importante di quello che è stato battezzato il Viaggio della Costituzione. Era la tappa dedicata all’articolo quinto, proprio l’articolo che indica la strada verso l’Autonomia, che apre la via al riconoscimento delle ragioni che hanno portato alla nostra Specialità.
E in quell’occasione, nelle vetrine dell’esposizione, sono state affiancate una copia originale della Costituzione italiana e una copia originale dello Statuto speciale della Sardegna.
Ecco, credo che quell’immagine sia il miglior punto di osservazione dal quale partire.
Il nostro Statuto speciale come ordinamento di rango costituzionale, valore sancito dalla Carta costituzionale che ci unisce tutti, che lega la Sardegna all’Italia.
Carta sorella della Carta nazionale, nata e pensata per un’Autonomia sorella della Repubblica, base ed esempio di quel principio di leale collaborazione essenziale nel rapporto tra la Regione e lo Stato, tra il nostro governo e quello centrale.
Dentro questo rapporto, per noi che governiamo ora, così come certamente per quanti ci hanno preceduto, per ognuno secondo propria misura, c’è un punto fermo: la nostra Specialità. Che, non ci stancheremo mai di sottolineare, non è principio teorico. Tutt’altro.
La nostra Specialità ha ragioni storiche, linguistiche, geografiche. Sono ragioni fondative, che permangono anche in questo momento storico in cui spinte centrifughe arrivano per altri motivi da altre regioni.
Ma la nostra Specialità ha la sua ragione permanente nella condizione di insularità, che quelle ragioni riassume in un unico concetto.
Insularità che richiama l’applicazione del principio di uguaglianza, e da questo discende la necessità di ordinamenti speciali, differenziati.
Essi servono a garantire livelli uguali di diritti fondamentali e di risposte a bisogni. Pensiamo, per citare esempi che condizionano la vita quotidiana di persone e imprese in Sardegna, al diritto alla mobilità e all'approvvigionamento energetico.
Ed essi, gli ordinamenti speciali, differenziati, sono essenziali per predisporre strumenti che siano costantemente adeguati ai tempi, allo svolgimento di funzioni necessariamente nuove e diverse, incluse quelle che derivano dall’essere la Sardegna anche terra di frontiera rispetto alla gestione di problemi e dinamiche sovranazionali come l’immigrazione.

L’errore del centralismo - Tale ordinamento, il nostro Statuto, è la Carta che ci permette di attuare quella Autonomia che a sua volta ci consente di dare risposte specifiche a problemi specifici, certo, ma che diversamente da come sembrano pensare anche Stati a noi molto vicini, è anche potente collante dell'unità nazionale.
Ciò perché il decentramento della responsabilità di governo migliora l'efficacia dell'azione pubblica avvicinando le persone e i loro bisogni, spesso differenziati per storie e geografie locali, alle Istituzioni che devono formulare le risposte ed erogare i servizi.
Il mondo è complesso, localmente differenziato. E immaginare uno Stato centralista capace di dettare soluzioni buone per tutte le realtà, è una pericolosa illusione: non esistono politiche universalmente efficaci. Per questo il ruolo di uno Stato centrale è semmai quello di favorire la più ampia sperimentazione a livello locale di politiche di sviluppo, e far sì che quelle valutate positivamente si diffondano, diventando patrimonio dell’intero Paese.
Autonomia, dunque, come base irrinunciabile dello sviluppo di una coscienza e di una capacità di autogoverno.
Autonomia, dunque, come componente essenziale in ogni concepibile percorso di sviluppo e di reale emancipazione.
E allora si rinunci una volta per tutte all’illusione che esista una soluzione centralistica adeguata alla complessità dei problemi che abbiamo di fronte. Problemi le cui implicazioni territoriali possono essere ignorate solo al costo di un fallimento.
Questa è la lezione più preziosa che proviene dall’esperienza autonomistica e che arricchisce la cultura di governo del nostro Paese: una lezione che ci auguriamo non venga mai dimenticata.

Il corretto uso Ma, va detto, perché tutto ciò attivi concretamente un tale meccanismo virtuoso, l’esperienza autonomistica deve in ogni istante tener presente la propria natura di esercizio di responsabilità e non può restare sorda alle sollecitazioni che provengono con forza dalla società, che riguardano il corretto uso e i necessari sviluppi.
Altrimenti, il rischio è quello di perdere la reciproca sintonia e di vivere in un ordinamento non più adeguato alle reali esigenze della nostra comunità.
Questo significa che noi, tenuti a una così alta responsabilità, prima di qualunque altra cosa dobbiamo chiederci quanta Specialità c’è dentro il nostro Statuto, e quanto abbiamo saputo fare per attuare concretamente le possibilità offerte dall’Autonomia.
Non è questa l’occasione per un rendiconto dettagliato delle luci e delle ombre incontrate nell’esercizio della nostra Autonomia. È però utile ricordare che quel rendiconto non può che essere la somma delle valutazioni dei risultati ottenuti dalle azioni di un governo dotato di autonomia. E che, per rendere rigorose e trasparenti agli occhi dei cittadini quelle valutazioni, è necessaria l’adozione di normative che le consentano e che ne garantiscano il rigore.
Ecco una ragione in più per auspicare in questa sede la promulgazione di una legge sulla valutazione delle politiche pubbliche: essa collocherebbe la Sardegna tra le Regioni europee più avanzate in questo campo così importante - ma troppo spesso trascurato nel resto del Paese - per rinforzare il dialogo tra cittadini e Istituzioni.

Adeguatezza ai tempi Allo stesso tempo, come ho detto, non dobbiamo smettere di interrogarci sulla adeguatezza della nostra Autonomia ai tempi.
La Specialità, infatti, deve trovare il proprio costante e perpetuo concretizzarsi nell’adesione sociale ai suoi contenuti.
E la stessa essenza della nostra Specialità, l’insularità, che come ho detto richiama l’applicazione del principio di uguaglianza, richiede di essere declinata nello Statuto in modo più moderno, dettagliato, tenendo conto delle esigenze attuali.
La condizione geografica di isola periferica comporta infatti un vero e proprio 'costo di cittadinanza', che noi abbiamo misurato per la prima volta, mostrando in quale misura tale condizione vìola il principio di eguaglianza.
Di recente anche negli studi presentati dai sostenitori di un referendum sull’insularità, presenti in quest’Aula e che ringrazio per il loro contributo, è stato rilevato il peso di tali svantaggi.
Gli esiti del nostro lavoro, presentati al Governo, hanno portato al Patto per la Sardegna, che destinando risorse mirate alla mitigazione degli svantaggi, primi fra tutti mobilità esterna ed interna ed energia, ci ha fatto fare passi importanti, seppur non sufficienti.
Perché davvero avvenga una corretta applicazione del principio di eguaglianza nei confronti dei cittadini sardi, non ci stancheremo mai di ripeterlo, è necessario infatti arrivare ad incidere sulla normativa europea e sulla sua interpretazione.
In questo senso abbiamo chiesto al Governo, e continueremo a chiedere con forza, di affiancare presso le Istituzioni europee la nostra richiesta di riconoscimento della condizione insulare quale requisito per l’applicazione di aiuti specifici, sul modello di quanto avviene per le regioni ultraperiferiche.
L’importante lavoro dei Parlamentari sardi ha consentito di mettere per iscritto, nella Legge di Stabilità, le procedure per istruire e dare attuazione a questa richiesta, anche con l’istituzione di un Comitato paritetico Stato-Regione. Passaggi importanti, perché come ho detto è essenziale che lo Stato italiano affianchi la Sardegna in questa rivendicazione per noi fondamentale.
Così come è importante che, nel momento in cui sono ancora da definire le azioni che dovranno essere adottate per mitigare in modo finalmente adeguato l’intero spettro degli svantaggi associati alla condizione di insularità, siano anche finalmente rese chiare, nel clima di fiducia e di leale collaborazione al quale non abbiamo mai smesso di dare il nostro contributo, le regole in base alle quali ci viene imposto un livello così alto di accantonamenti. Livello che ci pare ingiustificato, ingiusto, indifferente al problema dei costi dell’insularità che limitano il nostro sviluppo e causano tassi di disoccupazione inaccettabili .

Non solo risorse, anche regole - L’esercizio concreto della nostra Autonomia richiede sì risorse adeguate, come ho appena sostenuto, ma anche regole coerenti con l’obiettivo che è quello, ricordiamolo, di rimuovere svantaggi strutturali, di garantire pari opportunità.
Talvolta l’assenza di regole di questa natura vincola lo sviluppo di un territorio più della limitatezza stessa delle risorse.
L’attuale normativa europea sugli Aiuti di Stato, per esempio, riconosce in modo insufficiente la diversità che caratterizzano il funzionamento del mercato in un contesto di discontinuità territoriale, l’estensione dei possibili fallimenti del mercato ad essa associati, nei trasporti come in altri settori, e in questo modo rischia di limitare ingiustificatamente lo spazio per gli interventi correttivi adottabili dall’Istituzione pubblica.
È qui, l’ho detto e lo ribadisco, che lo Stato italiano deve avere il suo ruolo fondamentale di accompagnamento delle giuste rivendicazioni della Sardegna. Quando le regole sulla concorrenza smettono di guardare a esigenze vitali dei cittadini e delle comunità, allora c'è la lesione di un diritto fondamentale che lo Stato deve aiutarci a superare.
Il nostro obbligo e privilegio è esercitare la responsabilità dell’Autonomia. Ma vero è che la possibilità di coglierne tutte le opportunità passa anche attraverso quel principio di leale collaborazione che non può che portare vantaggi a tutte le parti in gioco.

Il buon uso dell’Autonomia - Certo, di quell’obbligo e privilegio che l’Autonomia trasforma in autogoverno, si deve farne buon uso.
Se ne fa buon uso quando si aggrediscono i vincoli allo sviluppo, i nodi strutturali che limitano l’emancipazione dal ritardo economico. In una parola, quando si ha il coraggio di adottare trasformazioni profonde che talvolta per produrre i propri benefici richiedono tempi difficili da accettare da parte chi pensa alla politica come esclusiva ricerca di immediato consenso.
Noi, che nella nostra esperienza di governo abbiamo scelto il sentiero stretto, il più difficile e complesso, lo sappiamo bene.
Signor Presidente, questa per la Sardegna è infatti una stagione di grandi riforme, tanto importanti quanto urgenti: alcune passate, altre in corso, altre ancora da fare. E le riforme non si misurano in Piani straordinari o solo in risorse: le riforme si misurano in base alla capacità di incidere sulla vita delle persone, oggi e in una prospettiva più ampia.
E’ una stagione dunque di scelte difficili che si svolge in un periodo caratterizzato dalla peggior crisi dal dopoguerra, una crisi che ha portato con sé un carico di scetticismo non semplice da superare. Ma non ci sono alternative per chi persegue l’interesse generale: bisogna lavorare con la consapevolezza che permettere alla fiducia verso le istituzioni di ritornare richiede tempo, perché i benefici delle riforme, anche delle più giuste, diventano reali solo attraverso il lungo processo che consente ai cittadini di percepire nel concreto gli effetti positivi della trasformazione.
Fa tutto parte del sentiero stretto, signor Presidente, del buon uso dell’Autonomia.
E per questo lavoriamo fin dal primo giorno per accrescere le competenze dei nostri giovani, per abbattere la dispersione scolastica, per dare loro opportunità di occupazione senza dover lasciare la propria terra. Lavoriamo fin dal primo giorno per facilitare alle nostre aziende l’ingresso nei grandi mercati, per utilizzare al meglio negli ambiti più diversi le possibilità fornite dalle nuove tecnologie, per favorire la gestione associata di servizi tra comunità, per garantire una sanità sempre più efficiente, sanità che la Sardegna, ricordiamolo, ha totalmente a suo carico.
In definitiva, signor Presidente, per aiutare la nostra terra a uscire definitivamente dal ritardo economico ci servono pari opportunità, che a loro volta richiedono, come ho sostenuto, maggiori margini di manovra per la nostra Autonomia, poiché questa è garante di un autogoverno che, ad esigenze che mutano con l’avanzare del tempo e della storia, deve poter dare risposte adeguate.
Anche il dialogo con lo Stato, signor Presidente, che crediamo necessario e opportuno perché a ciò si possa giungere, fa parte dell’assunzione di responsabilità che deriva alla Sardegna dalla nostra Specialità, dalla nostra Autonomia.
Celebriamola nel modo migliore, rendendola ogni giorno più concreta."