Solo il proprietario terriero
Egidio Ortu, 83 anni di
Serramanna, residente a
Cagliari, esce dall’inchiesta
sul traffico di rifiuti, per
tutti gli altri il sostituto procuratore
di Cagliari Daniele
Caria chiede il rinvio a
giudizio.
Il 4 giugno dovranno difendersi
davanti al gup di
Cagliari Giovanni Massidda
dall’accusa di traffico illecito
di rifiuti pericolosi e
nocivi l’amministratore
unico della Tecnoscavi
Massimo Pistoia 48 anni
cagliaritano residente a
Monserrato, il responsabile
del sistema Gestione
ambientale della Portovesme
srl Aldo Zucca 58 anni
di Cagliari residente a
Gonnosfanadiga, la responsabile
della gestione
rifiuti dello stabilimento
Portovesme
srl Maria
Vittoria Asara,
39 anni di
Ozieri residente
a Sestu, il gestore
della società
Gap service srl
Lamberto Barca
58 anni di
San Giovanni
Suergiu residente
a Quartu,
i dipendenti
della Tecnoscavi
Stefano Puggioni
24 anni di Cagliari
residente a Quartu, Giampaolo
Puggioni 59 anni di
Quartu, Larbi El Oualladi
38 anni marocchino residente
a Selargius, il socio e
coordinatore dell’area chimico-
analitica del laboratorio
di analisi Tecnochem
srl Danilo Baldini 53 anni
di Iglesias.
IL CERTIFICATO FALSO. Pistoia,
Zucca, Barca e Baldini
sono accusati anche di
falso ideologico: su istigazione
di Zucca e Barca,
Baldini avrebbe formato il
certificato di analisi dei rifiuti
contenente false dichiarazioni
su natura, provenienza
e caratteristiche
chimico-fisiche dei rifiuti
pericolosi costituiti dai fanghi
delle vasche ex Enichem
dello stabilimento
della Portovesme srl; quel
certificato sarebbe stato
utilizzato anche da Pistoia
per giustificare l’ingresso
di rifiuti pericolosi, sempre
provenienti dalla Portovesme
srl, nell’impianto gestito
dalla Tecnoscavi a Su
Paiolu in agro di Settimo
San Pietro.
L’accusa, dunque non è
cambiata: tra il 2005 e il
2007 dalla Portovesme srl,
la società che recupera
metalli dai fumi si acciaieria,
sono partiti diecimila
metri cubi, quindicimila
tonnellate di rifiuti con alte
concentrazioni di arsenico,
piombo, zinco, cadmio,
rame, nichel, solfati,
fluoruri. Si tratta di rifiuti
che non possono essere
smaltiti in Sardegna e che
invece sono stati interrati
in una cava delle campagne
di Settimo San Pietro,
in località Su Paiolu, adibita
al recupero e all’estrazione
di materiale per i
sottofondi stradali, e in
una zona di miglioramento
fondiario, a Trunconi,
nel territorio di Serramanna.
Lì rifiuti sono stati miscelati
con terre di cava e
inerti da demolizione
frantumati
per poi
essere riutilizzati
per la costruzione
di
sottofondi stradali
nei cantieri
della Asl 8 di
Cagliari, davanti
all’ospedale
Businco e
alla cittadella
sanitaria di via
Romagna.
LA SOFFIATA.
L’indagine è
partita da una soffiata che
segnalava ai carabinieri
del nucleo operativo ecologico
strani traffici a Settimo
San Pietro: dopo un sopralluogo
i militari hanno
intuito qualcosa di poco
chiaro nello stoccaggio dei
rifiuti. Hanno così indagato
e scoperto il traffico di
rifiuti pericolosi e nocivi
che garantiva un doppio
risultato: cancellava la
prova dello smaltimento illecito
e consentiva la vendita
del materiale miscelato.
La Portovesme srl in tre
anni avrebbe lucrato fra i
585.000 e i tre milioni e
600.000 mila euro grazie
alla riduzione dei costi
aziendali di smaltimento
regolare in una discarica
autorizzata. Secondo l’accusa
Pistoia (difeso dall’avvocato
Riccardo Floris)
avrebbe ottenuto 53.200
euro più 180.000 euro per
circa 600 trasporti (ogni
carico costava tra i 250 e i
300 euro). C’era poi il guadagno
relativo ai corrispettivi
di vendita delle terre
miste a rifiuti per i fondi stradali.
M. F. C H.
Scarica l'articolo in formato Pdf