di Mauro Lissia
CAGLIARI. C’è anche Renato Soru fra i sette
indagati nell’inchiesta Saatchi & Saatchi:
il presidente della Regione è iscritto per abuso
d’ufficio e turbata libertà di incanti e l’altro
ieri ha scelto di farsi interrogare dal procuratore
aggiunto Mario Marchetti, precedendo
di pochi giorni la notifica della comunicazione
di chiusa indagine ‘415 bis’ che
avrebbe avuto valore di avviso di garanzia.
Soru ha chiesto un appuntamento riservato
al procuratore e alle 16 si è presentato al terzo
piano del palazzo di giustizia insieme agli
avvocati Paola Severino e Giuseppe Macciotta,
quindi nella veste di indagato.
L’iscrizione del suo nome
al registro della Procura risale
probabilmente ad alcuni
giorni fa, è diventata comunque
un adempimento automatico
nel momento in cui Soru
ha chiesto e ottenuto di essere
sottoposto all’esame del
magistrato. Il faccia a faccia
— c’era anche l’assistente del
pubblico ministero, Gianluigi
Dettori — è durato quasi sette
ore, per concludersi poco
prima delle ventitrè: il capo
dell’esecutivo regionale ha risposto
a tutte le domande e
ha analizzato decine di documenti
mano mano che il magistrato
glieli mostrava. Di fatto
un interrogatorio di garanzia,
seppure condotto prima
che la procedura penale lo
rendesse obbligatorio: Soru
infatti avrebbe potuto attendere
la formalizzazione della
chiusa inchiesta e il successivo
diritto d’accesso agli atti
dell’indagine. Seguendo il proprio
temperamento e probabilmente
una strategia difensiva
concordata coi legali ha
voluto giocare d’anticipo, trovando
la piena disponibilità
del pubblico ministero.
L’incontro è stato verbalizzato
ma non fonoregistrato.
Soru ha sostanzialmente respinto
le accuse che lo riguardano
sulla base di una linea
precisa: nessun interesse per
la gara d’appalto della pubblicità
istituzionale, nessun tentativo
di condizionarne l’esito,
nessuna pressione sul direttore
generale e presidente
della commissione Fulvio Dettori.
Con in più alcune precisazioni
documentali che indurranno
certamente Marchetti
a riaprire il fascicolo
dell’inchiesta: non sono otto
le società riunite nel consorzio
‘Sardinia Media Factory’
che sulla base di un impegno
sottoscritto a gara in corso
avrebbero dovuto gestire fino
al trenta per cento del ‘tesoretto’
destinato alla pubblicità:
il numero reale è diciannove.
Si tratta di un dato importante,
perchè se è vero —
come ha sostenuto nel suo
esposto il parlamentare di
Forza Italia Mauro Pili — che
otto delle società consorziate
facevano capo a Soru attraverso
amici, ex collaboratori
ed ex membri della corporate
di Tiscali, ora salta fuori che
altre undici risultano estranee
all’entourage del presidente.
Il che, sul piano probatorio,
cambia le cose: l’abuso
d’ufficio si commette quando
si violano le norme a favore
di se stessi o di altre persone
chiaramente riferibili al responsabile
dell’atto d’ufficio.
In questa nuova situazione
se l’interesse diretto di Soru
c’è stato è meno dimostrabile.
Malgrado, com’è emerso nei
mesi scorsi, non sia solo questo
elemento a portare l’attenzione
della Procura sugli atti
del governatore: è stato Brigaglia
a raccontare come Soru
abbia sfogliato i documenti
dei progetti in gara mentre i
lavori della commissione erano
ancora in corso, esprimendo
valutazioni e mostrando di
conoscerne il contenuto. A dare
fiato all’accusa c’è poi il
rapporto fiduciario con Dettori,
nonostante Soru sia rimasto
formalmente esterno ad
ogni passaggio della vicenda:
nessuna firma, nessuna telefonata,
niente che metta in
chiara relazione la sua volontà
con quanto è poi avvenuto.
Niente almeno che risulti
nel fascicolo della Procura,
se non la perfetta sintonia tra
il presidente e il suo direttore
generale.
«Con l’incontro di ieri — è
scritto in una nota dell’ufficio
stampa di Soru — spero di
aver contribuito alla migliore
comprensione dei fatti e a
chiarire la mia estraneità rispetto
a qualsivoglia profilo
di illegittimità che possa avere
eventualmente caratterizzato
la gara».
Nell’esame dei documenti
il presidente della Regione ha
fatto riferimento — non poteva
essere altrimenti — agli altri
personaggi coinvolti nell’inchiesta
giudiziaria, tutti
iscritti al registro degli indagati.
Per Dettori le ipotesi di
accusa sono le stesse di Soru
più quella di falso in atti pubblici.
Ma qui i riferimenti sono
a tutti e tre i filoni d’indagine
su cui ha lavorato la Procura:
il mega-appalto Saatchi,
il contratto da un milione di
euro per ‘Sardegna fatti bella’
firmato senza gara sempre
con la Saatchi e la controversa
assegnazione alla Pentagram
dello studio per il marchio
della Regione, costato
trentamila euro. Sono indagati
per concorso in abuso d’ufficio
e falso in atti pubblici anche
gli altri quattro componenti
la commissione di gara
— Aldo Brigaglia, Roberta
Sanna, Latterio Bernava e
Giovanni Maria Filindeu —
mentre Carlo Sanna, il segretario
della commissione Saatchi,
è iscritto con la sola accusa
di falso e la sua posizione
sarà valutata all’interno
di un’inchiesta parallela. Resta
fuori dal fascicolo processuale
Michela Melis, la dirigente
regionale responsabile
del procedimento Saatchi che
ad agosto scorso ha annullato
in sede di autotutela la delibera
d’assegnazione dell’appalto.
E’ lei, con il segretario della
commissione, ad aver fornito
alla Procura i documenti e
le informazioni sui complessi
passaggi della gara.
Se l’interrogatorio di Soru
avrà l’effetto di riaprire alcuni
aspetti dell’indagine l’impianto
delle accuse non appare
mutato: Marchetti è convinto
che i vertici della Regione
abbiano agito come una cabina
di pilotaggio degli appalti,
indirizzando le valutazioni
della commissione di gara al
punto da determinare la ripetizione
di una votazione già
verbalizzata — è il caso Saatchi
& Saatchi — o sorvolando
sulle norme generali che
regolano le selezioni pubbliche
nel caso del primo appalto
‘Sardegna fatti bella’ e del
marchio Regione Sardegna.
Forse questi episodi sarebbero
rimasti nelle stanze riservate
dell’amministrazione regionale
se Aldo Brigaglia,
uno dei membri della commissione
Saatchi, non avesse riferito
ai giornali di presunte irregolarità
procedurali commesse
da Dettori e dalla commissione
di cui faceva parte.
Da quella denuncia pubblica
e dai documenti trasmessi
anonimamente alla Procura
a dicembre dell’anno scorso è
nata l’inchiesta. Ma anzichè
puntare su responsabilità individuali,
Marchetti ha subito
orientato l’indagine su un’ipotesi
più articolata: per lui
all’interno della commissione
convivevano due anime, una
a favore dell’associazione Saatchi
& Saatchi-Equinox del
gruppo Publicis, da sempre
agenzia di comunicazione
amica di Soru e quindi sostenuta
da Dettori. L’altra a sostegno
della Twba, l’agenzia
di cui Brigaglia era stato un
collaboratore. Secondo la tesi
accusatoria Brigaglia avrebbe
deciso di portare all’attenzione
pubblica i presunti vizi
della gara soltanto per impedire
che la sua agenzia di riferimento
perdesse l’appalto.
Ma al suo dissenso pubblico
non sarebbe corrisposto — come
il magistrato ha potuto rilevare
— un dissenso ufficiale,
quindi annotato nel verbale
della commissione. Quindi
— secondo la Procura — Brigaglia
avrebbe prima chiuso
un occhio davanti a una votazione
piuttosto anomala per
poi dimettersi rumorosamente
a gara conclusa, quand’era
ormai chiaro che il gruppo
Saatchi aveva vinto. Qui, in
questo presunto gioco di interessi
incrociati, si troverebbe
la spiegazione dello scontro
fra i membri della commissione
di gara. Alcuni determinatissimi
a ribellarsi alle indicazioni
di Dettori, gli altri rassegnati
a subirle. L’appalto per
‘Sardegna fatti bella’ non sarebbe
che un aperitivo offerto
dalla Regione a Saatchi &
Saatchi in attesa che la gara
più ricca andasse nella direzione
preordinata, mentre il
caso Pentragram è finito nel
fascicolo della Procura soltanto
perchè il professionista della
grafica Alberto Soi ha scelto
il momento opportuno per
denunciare l’incredibile sequenza
di ribaltoni che hanno
segnato l’iter procedurale
della gara. Ora non resta che
attendere la chiusura ufficiale
dell’inchiesta. Tempi previsti:
salvo clamorose novità dopo
le feste.
Scarica l'articolo in formato Pdf