ALBERTO STATERA
IL SOLE delle Alpi, simbolo protocristiano
che Umberto Bossi
scoprì a Roma vicino a casa sua
nella Chiesa di Sant’Antonio dei
Portoghesi, sbeffeggia anno dopo
anno il Leone di Venezia.
SUCCEDE appena il lider
maximo scende dal Monviso
con le sue ampolle, scatenando
in Laguna la rivolta degli elementi.
Ma quest’anno, a dispetto
del solito ciclone «Ike» lagunare, il
leader che per tre lustri ha subito
gli «insulti della politica», come li
definisce gestendo la ritualizzazione
della sua malattia, serve ai
suoi popoli il federalismo fiscale,
quella frittata istituzionale appena
varata dal Consiglio dei ministri
in attesa di «liberare» definitivamente
la Padania. Concetto geopolitico
peraltro dai confini sempre
più incerti, dopo il successo
elettorale. Non soltanto il Lombardo
— Veneto, ma un pezzo d’Italia
che giunge giù giù forse persino
a lambire l’Umbria ancora «comunista
». Quella macroregione
europea vagheggiata vent’anni fa
da Gianfranco Miglio.
E’ ormai tempo persino di spostare
la grande festa dei popoli padani
da settembre a primavera,
quando non infuria questo vento
che — rivela il leader — qui chiamano
«Mora» (?). Esulta all’idea
della primavera il popolo bagnato,
trasportato nella notte in autobus,
in treno, in battello, e dotato di sacchi
neri della spazzatura per avvolgerli
a protezione delle calzature.
Esultano i forzati dei gazebo alla
«Padania Bella Viaggi», alla «Padania
Fashion», alla «Collezionisti
padani», persino tra gli addetti
muscolari della «Guardia nazionale
Padana», dall’anno prossimo
«fratelli su libero suol», come dice
lo slogan della festa, ma forse all’asciutto.
Piace anche il Bossi elegiaco,
intenerito dalla memoria, che
esalta «l’animo gentile del federalismo
», conquistato dalla Lega con
il sacrificio del capo e di qualche
sua «creatura», citata nell’ordine,
come Roberto Maroni, Roberto
Calderoli e la Rosi. Ma sì, Rosi Gre
co,
la sindacalista padana che —
ammicca il capo dal palco — basta
osservarne le forme per capire che
è «anticongiunturale». Ma attenti
«siamo ancora nella prima Repubblica,
con quelli che credono che a
Nord i soldi crescano sulle piante.
Teste di cazzo!». Ecco la sola intemperanza
verbale del capo che
interrompe l’elegia bossiana del
federalismo fiscale strappato finalmente
all’ex «Berlukaz». Ed è
nel lessico, elegiaco o violento, che
la Lega di Lotta e di Governo, o di
Governo e di Lotta, s’inerpica come
sempre in un sentiero «border
line» che gratifica il suo popolo, affamato
di concetti semplici, di linguaggio
comune forse negli alpeggi,
nelle valli, ma soprattutto nelle
periferie urbane conquistate nelle
ultime elezioni a danno della sinistra
«intellettuale e parolaia».
Su Riva degli Schiavoni, ignorata
dalle legioni verdi, si affaccia, segnalata
da una targa a perenne ricordo,
la casa che ospitò Francesco
Petrarca e, nel suo giorno di
gloria, il leader ne sembra quasi
poeticamente ingentilito, come è
ingentilito il suo federalismo così
lungamente perseguito.
Ci pensano i trenta e passa oratori
che l’hanno preceduto, tutti
sindaci, deputati, senatori, ministri,
sottosegretari, presidenti di
commissioni parlamentari, dignitari
di ogni genere, a dare quel che
si meritano a «i zingari», gli islamici,
i neri, i clandestini di tutte le
specie, con il solito turpiloquio.
«Macchè moschee, gli immigrati
vadano a pregare e a pisciare nel
deserto», scolpisce Giancarlo
Gentilini, che si autodefinisce «il
primo sindaco — sceriffo d’Italia».
Il solito folklore trevisano di un anziano
un po’ svanito? Macchè, il
«moderato» Roberto Maroni, ministro
dell’Interno della Repubblica,
con la «Tolleranza zero», usa un
vecchio slogan più nero che verde:
«Non mollare» (do yo remember i
fascisti di Reggio Calabria?) e ga-
rantisce che mai e poi mai permetterà
il voto agli immigrati, sponsorizzando,
come ormai fa abitualmente,
il sindaco di Verona Flavio
Tosi, quello che in campagna elettorale
girava con una fiera al guinzaglio:
«el leòn che magna el
teròn», diceva ai fans. Tosi è l’uomo
che uno dei massimi rappresentanti
delle istituzioni governative
vedrebbe bene non solo come
presidente del Parlamento padano,
ma come presidente del Veneto
al posto di Giancarlo Galan o —
perché no? — come presidente del
Consiglio. Roberto Calderoli, il
mago Zurlì del federalismo, oggi è
sulla linea petrarchesca e, gentile,
si definisce «il mulo, il più grosso
esperto di regolamenti parlamentari
». Mentre il ministro Luca Zaia,
primo ministro leghista del Veneto,
si ritiene un evangelizzatore
degli «infedeli» che, purtroppo per
loro, non sono nati in Padania, e
chiede l’applauso perché lui, autentico
democratico, riceve i contadini
nel suo ufficio di Conegliano:
più comodo per loro (e anche
per lui). Ci pensa il sottosegretario
Roberto Castelli, ex guardasigilli, a
rialzare l’adrenalina un po’ bassa
del «federalismo gentile»: «Guardate
quella bandiera moscia alla
finestra (quella stessa della signora
Lucia Massarotto che anni fa
Bossi voleva buttare nel cessondr)
e guardate le nostre (che garriscono
rigide-ndr). Il vero obiettivo
non è soltanto il federalismo, è
la libertà della Padania! Ma l’animo
dei tre o quattromila trascinati
qui nella notte è in sintonia con
Mario Borghezio che li scuote
quando urla: «Non ci rompete più
i coglioni con gli immigrati, vecchie
facce di merda! Roma, sono
cazzi tuoi, ti facciamo un culo così!
E d’ora in poi i nostri schei col cazzo
che li vedete! E poi finalmente
turaccioli su per il culo dei giornalisti!
» Bossi, petraschesco ci prova
a spiegare: «Scuola, sanità e assistenza
saranno date a tutte le regioni
con la perequazione».
Chiede scusa per la parola difficile.
Ma non sembra sia questo che
vuole sentire l’inclito popolo di Riva
degli Schiavoni, che nella schizofrenia
tra Lega di lotta e Lega di
governo opta visibilmente per la
prima, percependo una vaga idea
della giungla federale nella quale
Bossi e i suoi hanno cacciato Berlusconi
e l’Italia.
Ma qui, oggi, si celebra in realtà
la festa della Lega come «azionista
di riferimento» del governo della
Repubblica italiana perché, spiegano
Roberto Castelli e Roberto
Cota, «siamo decisivi in Parlamento,
senza di noi non passa niente».
Così mezza Italia si padanizza,
mentre i fantasmi di Gianfranco
Fini statista «antifascista» e di Silvio
Berlusconi statista aspirante
«mediatore» scolorano.
Defluiscono lungo Riva degli
Schiavoni i popoli padani verso i
loro paradisi insidiati da neri, islamici
e clandestini. Chissà se sospettano
che la Nuova Casta si è
appena rifugiata lì a due passi, tra
servizi d’ordine, scorte della Digos,
motoscafi, compagne con
tacchi «da trenta», a rifocillarsi negli
agi dell’antica dimora veneziana
dell’hotel «Metropole» (500 euro
a notte).
Scarica l'articolo in formato Pdf