DAL NOSTRO INVIATO
ALBERTO STATERA
SASSARI— La vendetta barbaricina,
che Antonio Pigliaru considerava
un ordinamento giuridico,
ha oggi il volto di Francesca
Barracciu. Penetranti occhi scuri,
lunghi capelli corvini, tendenza
antropologica al matriarcato,
che rivela inconsciamente anche
quando definisce i suoi avversari
politici all’interno del Pd «uomini
piccoli piccoli», è lei l’“uomo”
del regolamento dei conti nel Pd
sardo (e non solo). Il partito regionale
che con l’esplosione degli
scontri intestini provocò la cacaduta
del governatore Renato Soru
e le susseguenti dimissioni a
Roma di Walter Veltroni.
Classe 1966, sindaco di Sorgono,
Francesca è una Serracchiani
misconosciuta in continente.
Non parlò come Debora con frasi
uscite dal cuore dinanzi al segretario
Dario Franceschini, ma
alle europee prese in Sardegna
116.935 voti di preferenza, 19 mila
più di Berlusconi, più di quanti
fin dai tempi di Berlinguer il Pci
abbia mai raggranellato nell’isola.
L’altro giorno Francesca si è
presentata a Santa Cristina di
Paulilatino, luogo nuragico e magico
in provincia di Nuoro, dove
troneggia un pozzo sacro che si
narra ogni ventisei anni venga illuminato
verticalmente dalla luna.
Di fronte a duecentocinquanta
“soriani” ha annunciato
la sua candidatura alla segreteria
regionale. I soriani non sono i mici
di casa, ma gli orfani del governatore
Soru che, in appoggio alla
mozione Franceschini per la segreteria
nazionale, lanciano la
Barracciu contro «la vecchia oligarchia
» che con Silvio Lai corre
al fianco di Pierluigi Bersani.
C’era anche Soru intorno alla
bocca del pozzo sacro, non più
personaggio scespiriano semiautistico
come viene dipinto, ma
politico assai loquace, nonostante
i giorni decisivi per il problematico
salvataggio della sua
Tiscali e il rinvio a giudizio per un
appalto da 60 milioni in cui da governatore
avrebbe favorito la
Saatchi & Saatchi. Finchè non
sarò assolto — annuncia ai fans
l’ex piccolo Obama di Sanluri —
non parteciperò a competizioni
elettorali. E poi? Poi si vedrà.
Intanto, gratificando il suo Io
spesso alquanto ipertrofico, l’ex
governatore dice che nel progettare
il partito, Franceschini l’ha
copiato. Ed ecco qui, in tutto il suo splendore, lo sbocciare della
Francesca, l’unica considerata
capace di fermare il “comitato
d’affari” che ha colonizzato il Pd
nella patria di Berlinguer. E favorito
la vittoria alle regionali del figlio
del commercialista di Berlusconi,
oggi balbettante alle prese
con gli esiti del mancato G8 della
Maddalena e la crisi industriale
che morde dal Sulcis a Porto Torres.
Molti dei duecentocinquanta
di Santa Caterina non hanno preso
la tessera del Pd, ma hanno destinato
i 15 euro necessari all’Associazione
“Sardegna Democratica”,
che l’ex governatore ha appena
fondato in attesa di tempi
migliori e che sabato sera — star
lui, l’Obama di Sanluri — fa il suo
vero esordio a Sassari, città dove
l’ex governatore vinse la partita
persa delle regionali, che costò il
posto a Veltroni, e dove il Pd conserva
oltre il 40%. E un record nazionale
di nuovi tesserati, persino
superiore a quello napoletano.
Trecentoventi per cento è all’incirca
l’incremento che ha
portato in poche settimane le tessere
sassaresi da 750 a 3.196, più
del triplo rispetto a quelle di Cagliari,
che ha cinquantamila abitanti in più.
Difficile stabilire chi siano i
grandi buyers, dal momento che
la prima denuncia è venuta da Arturo
Parisi, il cui plenipotenzario
sassarese Bruno Dettori è accusato
egli stesso di aver avuto parte
non irrilevante nell’incetta
di vecchio stile dc, che non risparmia
neanche i defunti.
«E’ vero, è stato un tesseramento
selvaggio e sicuramente
anomalo», dice l’assessore
alla Pubblica istruzione di Sassari Maria Antonietta
Duce, che implora la revisione
dello statuto, quel mostro dalle
cento teste prodotto dal dottor
Stranamore (copyright Franco
Marini), al secolo Salvatore Vassallo,
giurista amico di
Parisi e Veltroni e
oggi deputato. E
Guido Melis,
storico e deputato
sassarese
schierato con
Franceschini: «Vedo vecchie modalità e antichi
vizi in totale dispregio del codice
etico. Reclutamento massiccio
di anime morte, iscrizioni di contumaci
ignari persino dell’esistenza
del Pd, arruolamento un
tanto al chilo e promesse di prebende
e favori». Per che cosa? Per
una forma di partito novecentesca,
un partito degli iscritti, pedagogo
e ferrigno, fortemente
strutturato e gerarchicamente
ordinato.
E’ il modello emiliano che effettivamente vuole Bersani? O gli
oppositori si nutrono soltanto
dell’ansia di vendetta barbaricina
per la sconfitta alle ragioniali
favorita dai “castosauri” del Pd?
«Guardi — risponde Francesca
Barracciu — io sono orgogliosa di
essere barbaricina anche se non
amo il sapore della vendetta in
politica. Ma quando si supera il
segno! Se tornano le vecchie logiche
di controllo militaresco, attraverso
i picchi anomali di tesseramento
cui abbiamo assistito, io
tiro fuori la mia anima barbaricina.
Anche perché competo per la
segreteria regionale con Lai, l’uomo
che è stato l’esecutore della linea
interna che ha determinato
le dimissioni di Soru per l’opposizione
al suo piano urbanistico».
«Ma, per favore, basta con questa
storia delle tessere — sbuffa Luigi
Zanda, cagliaritano, vicepresidente
dei senatori del Pd — se
dobbiamo scannarci su questo,
allora facciamo una legge che regoli
la democrazia nei partiti».
Lai, quarantaduenne dentista
sassarese, ex consigliere regionale
dei Cristiano Sociali, signore
della formazione professionale
che tanti milioni di euro ha assorbito
tra botteghe di barbieri e di
altre professioni in disuso, è accreditato come uno dei baroncini
delle tessere locali, accanto a
Giacomo Spissu, ex presidente
del Consiglio regionale fatto fuori
da Soru con l’imposizione del
massimo di due legislature, a
Giovanni Giagu, figlio del mitico
Nino, per trent’anni grande cerimoniere
della Dc del Nord Sardegna,
che diede il potere a Francesco
Cossiga come al sempiterno
Beppe Pisanu, e a Bruno Dettori,
quel vassallo feudale un po’ stralunato
che cura gli interessi politici
locali di Parisi.
Antonello Cabras e Paolo Fadda,
i grandi “castosauri” che fecero
fuori il governatore Soru, che
secondo lo storico Antonello
Mattone si sentiva come Lorenzo
il Magnifico, siedono a Roma in
parlamento e non nutrono dubbi
sulla mozione Bersani. Il povero
Marino dovrà affidarsi qui al
presidente della Provincia di Cagliari
Graziano Milia, non proprio
un campione storico dei diritti
civili.
Resta Francesca che, specchiatasi
nel pozzo sacro con la capigliatura
corvina e lo sguardo di
bragia, promette la resa dei conti
barbaricina nel Pd in Sardegna.
Ma non solo.
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