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LA REPUBBLICA - Cronache : Marias: brutta e povera Italia che non sa più essere solidale
09.06.2008
ALESSANDRO OPPES MADRID — «Un paese cupo, antipatico, di cattivo umore, che ha perso il senso della solidarietà, e dove persino, l’espressione può sembrare un po’ forte, emerge qualche sintomo di razzismo». Javier Marías lo dice con rammarico, ma ne è profondamente convinto: la “decadenza” italiana è un dato di fatto secondo l’autore della trilogia Il tuo volto domani . E nasconde una minaccia che lo scrittore non ha timore a sintetizzare in una sola parola: «Fascismo». In un articolo pubblicato su El País, lei parla di una “brutta e povera Italia”. Che paese è l’Italia che lei ha conosciuto, e che ora rimpiange? «I miei primi viaggi risalgono agli anni Ottanta. Andavo a Venezia, e lì ho trascorso diversi periodi di vari mesi: in tutto un paio d’anni. Ma poi ho continuato a visitare il paese, spesso, fino ad oggi. L’Italia mi piace moltissimo, posso dire che — fuori dalla Spagna — è il paese dove mi sento più a mio agio, insieme alla Gran Bretagna. Per questo ho difficoltà a capire come un paese così squisito, e così dotato di senso dell’umorismo — lo dico come un grande elogio — sia potuto diventare tutto il contrario. Insomma, l’Italia per me era un paese “leggero”, nel senso che vi sembrava prevalere l’allegria. Ora ho la sensazione che sia diventato pesante». Dove individua i sintomi, e le ragioni, della decadenza? «In Italia è stata ormai chiaramente abbattuta la frontiera tra ciò che si può dire o non dire in pubblico. Il linguaggio da bar, quello che io preferisco chiamare “linguaggio da caverna”, si è trasferito alla politica. È una forma superiore di demagogia, perché non si tratta solo di dire alla gente ciò che vuole sentire: il fatto che i politici adottino in pubblico il linguaggio crudo e brutale che dovrebbe essere confinato nel privato, gli dà legittimità. E ricompare nella bocca dei cittadini, ma con una veemenza molto superiore. Il pericolo è innegabile, perché può sempre accadere che ciò che si è detto si decida di metterlo in pratica, che si passi dalle parole ai fatti». Crede davvero che esista la seria minaccia di un rigurgito del fascismo? Spererei di no, però… sì. Esiste, eccome. La parola fascismo è una parola abusata. In Spagna la si utilizza ormai semplicemente come un insulto. Ma quando io l’ho utilizzata, ho ricordato il periodo del fascismo storico. Ci sono una serie di atteggiamenti, dichiarazioni, misure, che mi riportano alla memoria Mussolini, mi dispiace molto. Quello che sorprende è che certe cose possano accadere senza che la gente percepisca il pericolo. Parecchi di noi non hanno vissuto il periodo tra gli anni Trenta e la Seconda guerra mondiale, però sappiamo come nacquero certi regimi. Qui si annunciano misure contro i rom, si criminalizza un intero gruppo etnico: non dimentichiamo che i gitani furono una delle etnie perseguitate dal nazismo. Immaginiamo che si dicessero degli ebrei le stesse cose che si stanno dicendo in questi giorni dei rom: il mondo intero insorgerebbe ». Questo che significa, che non abbiamo appreso la lezione del passato? O forse che 60 anni sono sufficienti per dimenticare? «Darei per buona la seconda: la gente dimentica, dimentica molto facilmente. E soprattutto non associa, non stabilisce un collegamento tra gli eventi della storia e i fatti del presente». Come pensa che si sia potuto imporre, in Italia, il fenomeno Berlusconi? «Immagino che le ragioni vengano da una classe politica che, per quanto abile, è molto instabile. Dopo i lunghi anni di governo democristiano, il crollo del Psi di Craxi, la perdita di prestigio della sinistra seguita al crollo del muro di Berlino, lo scandalo di Mani Pulite, la gente ha cominciato a diffidare dei professionisti della politica. Berlusconi non lo è, o per lo meno non lo era. Lo stesso Bossi ho l’impressione che non lo sia: è più che altro un demagogo. Gente che non capisce neppure che cos’è una democrazia. Possono essere pure arrivati al potere in modo democratico, ma questo non basta: la patente di autentici democratici bisogna guadagnarsela giorno per giorno, con i fatti. Visto come stanno le cose, preferisco di gran lunga che siamo governati da politici professionisti ». Lei parla di populismo, ma ammette che, di questi tempi, l’Italia non è un caso unico: con tutte le differenze, cita Hugo Chávez, la Polonia dei gemelli Kaczynski e lo stesso presidente francese Sarkozy. «Ricordo un dibattito al quale partecipai, due anni fa, insieme a William Boyd. Riconoscevo, allora, di avere sempre avuto una grande ammirazione per la Francia: ma aggiungevo che il fatto che Sarkozy fosse in quel momento il politico più ammirato (ancora non era stato eletto presidente) mi inquietava profondamente. Temo che il tempo mi stia dando la ragione. Il caso dell’Italia è ancor più plateale, perché tutto sta avvenendo in modo più gridato, più scoperto. Quello che temo di più è che tutte queste cose possano essere contagiose, che possano contagiare altri paesi. Si sa, l’imbecille ha successo nel mondo. Le idee più stupide trionfano.

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